| LE
FORME DEL PAESAGGIO
La Lunigiana mostra
una varietà di paesaggi tipici di una
catena montuosa geologicamente giovane che nel
tempo
ha conosciuto diverse fasi evolutive, prima compressive
e
quindi responsabili della strutturazione dell’Appennino
Settentrionale, poi distensive e causa dello
smembramento
in fosse o depressioni tettoniche.
Le forme del paesaggio geomorfologicamente più marcate
ed importanti, dall’andamento dei rilievo
montuosi fino ai
lineamenti generali della Val di Magra, sono
principalmente
il risultato dei processi tettonici che si sono
susseguiti
nella storia geologica di questo settore della
catena
appenninica.
Questo controllo della tettonica sulla morfologia
del paesaggio
(morfotettonica) è chiaramente riscontrabile
nella
forma assimetria del crinale appenninico tosco-emiliano
(Dorsale appenninica), la cui ossatura è costituita
dalla formazione
del Macigno, curvata in una piega che arriva
a
rovesciarsi verso la Pianura Padana.
Per questo motivo il fronte tirrenico, ove affiorano
le testate
delle grosse bancate arenacee disposte a reggipoggio,
mostra un profilo decisamente più scosceso
rispetto al
fronte padano meno ripido in cui gli strati immergono
a
franapoggio, affiorando con caratteristiche contrafforti
a
dente di sega. L’influenza della tettonica
sulla morfologia diventa meno
importante man mano che si considerano forme del
paesaggio
più piccole, per la cui genesi diventa predominante
la natura litologica delle rocce e la loro predisposizione
all’erosione.
In Lunigiana affiorano principalmente rocce sedimentarie
che si differenziano tra loro per composizione, età,
spessore
(potenza) e zona di origine (Unità Liguri
e Unità
Toscane).
I vari processi morfologici che, a partire dal sollevamento
della catena appenninica, hanno modellato e tuttora
modellano il paesaggio agiscono, pertanto, su un
substrato
litologicamente eterogeneo, costituito da rocce argillose,
calcaree e calcareo marnose, arenacee e, più limitatamente,
ofiolitiche.
Un primo effetto di questa varietà litologica è il
differente
comportamento delle rocce nei confronti dell’erosione
(erosione selettiva) che tende a mettere in risalto
i corpi
rocciosi più duri e resistenti e modellare
con maggiore
rapidità quelli incoerenti e facilmente erodibili.
Questo contrasto morfologico si riscontra chiaramente
nel
confronto tra i paesaggi dolci ed ondulati modellati
nelle
formazioni liguri e le forme più nette e decise
scolpite nelle
formazioni arenacee della Falda Toscana.
L’aspetto del rilievo appenninico, nel tratto
che va dal
Passo del Cerreto fino al Passo del Cirone, è infatti
quello
di un massiccio montuoso con gli imponenti versanti
occidentali,
scolpiti nel Macigno, che scendono scoscesi verso
la vallata del Magra.
Ancor più aspra la morfologia apuana dove
le rocce calcaree
massicce e metamorfiche conferiscono al paesaggio
un
aspetto “alpino” con rilievi aguzzi,
ripidi versanti e valli
incassate.
Ben diversa è la configurazione dei rilievi
ad ovest del
Passo del Cirone e lungo la dorsale tosco-ligure,
ove affiorano
le Unità Liguri costituite da formazioni in
gran parte
argillitiche - calcareo - marnose che, in genere,
risultano
più erodibili e facilmente modellabili.
Qui le rocce originano forme tondeggianti, con inclinazioni
dei versanti relativamente modeste (25°-30°)
che si accentuano
solo al piede, dove è più attiva l’erosione
delle
acque incanalate.
Anche il paesaggio collinare delle zone comprese
tra Aulla-
Olivola e Pontremoli-Dozzano mostra un profilo ondulato,
tipico delle aree di affioramento dei terreni argillosi
della
successione fluvio-lacustre.
Un esempio ancora più marcato di erosione
selettiva si ha
in corrispondenza degli affioramenti di masse ofiolitiche
che, in genere, si stagliano nettamente sul paesaggio
circostante
come rilievi di colore scuro, spesso privi di copertura
vegetale, sulla sommità dei quali non di rado
sono
stati eretti castelli (Ofioliti di Aulla e Tresana)
o piccoli borghi
(Ofiolite di Bibola) per la strategica posizione
dominante.
Se però vogliamo comprendere le genesi delle
forme ancora
più minute occorre considerare i processi
di modella-mento (glacialismo, erosione fluviale,
degradazione dei
versanti, sedimentazione fluviale, ecc.) determinati
dalle
oscillazioni climatiche che si sono susseguite nel
Quaternario (1.8 MA - attuale), con l’avvicendamento
di
periodi freddi (glaciazioni) e periodi caldi (interglaciali).
Nel corso del Quaternario le glaciazioni furono numerose
ma solo l’ultima, denominata Wurm e terminata
10000
anni fa, ha lasciato alcune tracce lungo il versante
tirrenico
dell’Appennino, dove è possibile osservare
piccoli circhi
glaciali e depositi morenici (M.te Orsaro, M.te Marmagna,
M.te Matto, M.te Sillara, M.te Casarola e M.te Nuda),
a cui
sono spesso associate forme minori quali controtendenze,
gradini e conche di sovraescavazione.
Al contrario volgendo lo sguardo verso il versante
padano
si possono riconoscere ampi circhi semicircolari,
conche
lacustri (Lago Santo) e rocce montonate, tutte forme
che
testimoniano un’importante fase di modellamento
glaciale
che ha trovato la sua massima espansione nella lingua
glaciale
che occupava l’alto bacino della Val Parma
per una
lunghezza stimata in circa 8 km.
La scarsa presenza di tracce riferibile all’ultima
glaciazione
quaternaria trova una spiegazione nella forte acclività dei
versanti tirrenici, che non permetteva la lunga permanenza
della nevi anche nelle condizioni più estreme
del Wurm,
e soprattutto nella sfavorevole esposizione dei rilievi,
rivolti
verso sud e quindi maggiormente esposti al sole ed
all’influenza del mare.
Anche le Alpi Apuane presentano alcune tracce di
glacialismo,
sebbene siano alquanto ridotte per via delle forti
trasformazioni
morfologiche e degli intensi fenomeni erosivi sopraggiunti
nelle fasi climatiche successive, che hanno cancellato
gran parte delle originarie forme glaciali ( Solco
di Equi).
L’alternarsi di periodi freddi e caldi ha altresì modellato
le
zone di fondovalle. Durante le fasi glaciali, un
grande volume
d’acqua restava imprigionato nelle calotte
glaciali ed il
livello del mare si abbassava; di conseguenza il
letto dei
fiumi veniva eroso a ritroso (erosione regressiva)
ed incideva
i depositi di fondovalle precedentemente accumulati
formando scarpate erosive di diversi metri di altezza
o
addirittura si incassava per alcuni tratti nella
dura roccia
( Stretti di Giaredo).
Nei periodi caldi interglaciali, viceversa, lo scioglimento
dei
ghiacciai provocava l’innalzamento del mare
e l’erosione
cessava; in questo periodo si aveva un’abbondante
sedimentazione
che, “intasando” gli alvei, costringeva
i corsi
d’acqua a divagare sul fondovalle, modellando
i fianchi
delle valli, formando estesi e potenti coltri di
sedimenti fluviali
(piane alluvionali) e costruendo grossi conoidi alluvionali
allo sbocco dei torrenti sui fondovalle ( Conoidi
di
Caprio e Bagnone).
Dall’alternarsi di queste fasi si sono formate
le superfici
pianeggianti, chiamate terrazzi alluvionali.
L’evoluzione del paesaggio attuale è soprattutto
dominata
dall’erosione fluviale, che agisce approfondendo
i solchi
vallivi, allontanando i materiali detritici convogliati
negli
alvei e scalzando al piede i versanti. La vicinanza
delle montagne al mare e l’altezza media dei
rilievi attorno ai
1500 metri determinano un regime pluviometrico caratterizzato
da piogge molto abbondanti, per lo più concentrate
nei mesi autunnali e primaverili, che si riversano
nella
rete idrografica in tempi brevi provocando piene
improvvise
e, talvolta, catastrofiche.
Questi stessi fattori, unitamente alla diffusa presenza
di
rocce argillose e marnose poco coerenti, spesso intensamente
fratturate per i forti spostamenti verticali e orizzontali
subiti nel corso della loro storia geologica, determinano
una naturale predisposizione al dissesto idrogeologico
e, quindi, condizioni favorevoli per l’innescarsi
di movimenti
franosi. La degradazione dei versanti appenninici
si
manifesta in centinaia di frane, di ogni dimensione,
sia
superficiali che profonde, che movimentano materiale
detritico e roccia e modellano il paesaggio con caratteristiche
forme ondulate e gibbose del terreno ( Frane di
Patigno e di Camporaghena). |