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PONTREMOLI
Una cittadina Italiana fra l'80 e il 900
   
   
Autore Luigi Campolonghi
   
Edizioni Marsilio Editori
   
Anno 1988
   
Pagine 156
   
ISBN 88-317-5095-X
   
Note  
   
   
Indice
   
Il lastrico pontremolese  
La mamma  
Lo zio Bernardo  
Lo zio Francesco e don Farfarana  
In collegio  
L'alba di una rivoluzione  
Il babbo  
Il primo treno  
La morte di un pendolo, di una valle e di un secolo  
Filetto o la "Fiera dei fidanzati"  
La Terra  
Il '98  
Verso l'esilio  
   
   
   
Contenuto  
   

La letteratura dell' emigrazione antifascista è abbondante e ricca di opere pregevoli: basti pensare a Marcia su Roma e dintorni e Un anno sull'altopiano di Lussu, a Nascita e avvento del fascismo di Tasca, al Golia di Borgese, a Socialismo liberale di Carlo Rosselli, ai poderosi pamphlets di Salvemini, e a tanti altri libri. Ma si tratta per lo più, di opere di revisione storica, di critica ideologica, di polemica politica: e cioè di contributi teorici e propagandistici alla lotta antifascista in corso. Mancano quasi del tutto i libri che documentino la vita quotidiana dei fuorusciti, i loro problemi pratici, le difficoltà giornaliere, le minute umiliazioni, le speranze, le delusioni, le nostalgie del lungo esilio. In altre parole, una grande esperienza umana come quella della emigrazione, vissuta e sofferta da migliaia e diecine di migliaia d'Italiani, se ha dato documenti anche altissimi di pensiero e di vita morale, non si è convertita quasi mai in testimonianza poetica. E si spiega: la tensione dell'esi­lio, l'impegno di una lotta che non conosceva pause, il pensiero fisso alla conclusione vittoriosa di questa lotta e al conseguente ritorno in patria, hanno reso pressoché impossibile l'abbandono poetico. Un'altra privazione, dunque, da aggiungersi alle molte altre della condizione di esule.
Questo libro di Luigi Campolonghi è una delle poche eccezioni alla regola. Scritto in gran parte nel 1928, esso venne pubblicato in Francia una diecina d'anni dopo: prima in appendice sul giornale «La Voce degli Italiani» di cui Di Vittorio era direttore e Campo­longhi consulente tecnico e collaboratore; poi in volume, da un piccolo tipografo stampatore di Montgaillard par Vianne, nella Guascogna. Certo, anche questo libro ha un intento documentario e polemico. Come dice il titolo, vuoI essere infatti il ritratto di una cittadina italiana negli ultimi due decenni dell'Ottocento; vuoI documentare cioè i cambiamenti economici, sociali, psicologici e culturali che segnarono il trapasso da un' epoca a un' altra. E intende altresì contrapporre polemicamente un tempo in cui la lotta politica in Italia non andava disgiunta dalla cavalleria, dalle buone maniere, dalla generosità, allo spietato presente, in cui la fazione fascista, priva degli scrupoli morali e delle remore umanita­rie della precedente classe politica, assassina, imprigiona e costringe all' esilio i suoi oppositori.
Ma intenti documentari e accenti polemici, pur presenti nel libro, non ne costituiscono l'ispirazione profonda. Ciò che ha spinto Campolonghi, esule e non più giovane, a rievocare gli anni e i luoghi dell'infanzia, dell' adolescenza e della giovinezza, è stato prima di tutto un prepotente sentimento di nostalgia.
Può stupire un sentimento del genere in un uomo che fin qui aveva condotto un'esistenza quanto mai movimentata e avventurosa. Dalla natia Pontremoli (la «cittadina italiana» del libro), l'irrequietezza giovanile e la passione per il giornalismo e la politica avevano ben presto condotto Campolonghi qua e là per l'Italia e la Francia. A venticinque anni s'era sposato, ma non per questo aveva rinunciato all'esistenza nomade che gli era congeniale. Sembrava che non potesse rimanere a lungo nello stesso posto: appena gli se ne presentava il destro, cambiava città; se non poteva cambiare città, cambiava per lo meno appartamento. Una volta, a Genova, s'era rifiutato di dare il suo indirizzo all'anagrafe: aveva preferito venire iscritto nel registro della popolazione come «senza fissa dimora». La Francia era diventata la sua seconda patria già molto prima della guerra del '14; e in tutti gli altri paesi latini - Spagna, Portogallo, Belgio - egli si era sempre sentito come a casa propria. Anche i suoi romanzi, novelle e drammi di ispirazione populista, li aveva ambientati un po' dappertutto; La Zattera, tra i relitti umani del porto di Barcellona; La Nuova Israele, tra gli scioperanti del Parmense; Vita d'esilio, a Marsiglia; Nella tormenta, a Parigi e nel Belgio invasi dai tedeschi. Questo gusto del vagabondaggio era del resto solo un aspetto della sua irrequietezza spirituale. Giornalista, uomo politico, organizzatore sindacale, scrittore sociale, Campolonghi ebbe tempo di occuparsi anche di arte, di musica, di agricoltura, e di parecchie altre cose. Politicamente, fu sempre socialista, ma riconosceva che il suo vero fondo era anarchico. Sensibile ai valori nuovi, era tuttavia sentimentalmente affezionato agl'idoli della sua gioventù: un libretto di poesie intitolato Esilio, che uscì a Marsiglia nel 1931, è dedicato agli uomini che Campolonghi considerava come suoi maestri di vita morale e politica: Leonida Bissolati, Amilcare Cipriani, Andrea Costa. Democratico convinto, appassionato soste­nitore dell'intesa italo-francese, si dichiarava nazionalista per lo meno in un campo: quello gastronomico; e sul periodico antifasci­sta «La Giovane Italia», alla vigilia della seconda guerra mondiale, pubblicava articoli sulle più rinomate delizie gastronomiche della sua amata Pontremoli. Ma è difficile farsi un'idea della personalità di Campolonghi attraverso i suoi scritti: perché il meglio di sé egli lo dava parlando, conversando con gli amici e tenendo conferenze.
Nel 1922, quando il fascismo andò al potere, Campolonghi era ormai vicino alla cinquantina e risiedeva già da dodici anni a Parigi, come corrispondente del «Secolo», il quotidiano democratico di Milano. Nel '23 tornò per l'ultima volta in Italia, a dare le dimissioni dal giornale, che era stato accaparrato dai fascisti. Lasciato il vecchio mestiere, Campolonghi si trasformò in agricol­tore, affittando una proprietà a Nérac, in Guascogna. E qui scrisse il suo libro di ricordi su Pontremoli. Che il libro sia nato dalla nostalgia dell' esule, consapevole che forse non avrebbe più rivisto il suo paese, il lettore lo capirà fin dalle prime pagine: da quel gusto di rievocare, fin nei minimi particolari, la conformazione del paese, e la disposizione delle stanze nella sua casa, e di parlare di località e persone quasi solo per il piacere di nominarle. Attraverso questa minuta rievocazione, balza viva la rappresentazione del mondo familiare e paesano della cittadina sperduta tra i monti, in cui i fatti di maggiore rilievo sono l'arrivo della corriera, il suono del campa­none, il grido degli ambulanti, la comparsa saltuaria dei girovaghi; nonché la rivalità tra le due bande e tra le parrocchie, o un'intermi­nabile lite giudiziaria tra un medico condotto e l'Amministrazione comunale, che sembra tratta da una novella di Gogol. In realtà, questo vecchio mondo è ormai al tramonto: la costruzione della ferrovia rivoluziona tutto: non per nulla dal treno inaugurale scese anche «un piccolo ferroviere», che «s'aperse un varco nella folla ufficiale, si guardò dintorno, titubò e finalmente si diresse verso un gruppo di operai nel quale mi trovavo anch'io. Ci scrutò, e con l'istinto degli uomini di fede, ci indovinò certamente estranei alla festa degli altri e più vicini al suo cuore, perché, divergendo un po' i lati della tunica che aveva sbottonata ci mostrò il lembo di una fascia rossa. Assentimmo del capo, ci avvicinammo, ci stringemmo forte le mani. L'idea socialista era arrivata a Pontremoli».
Ma intanto il padre di Campolonghi, che gestiva in forma patriarcale una piccola azienda, è andato in rovina ed è morto di crepacuore: e il fanciullo registra con angoscioso stupore il muta­mento di stato della sua famiglia; e sono queste tra le pagine piùtoccanti del libro. Grazie a una borsa di studi vinta al collegio Maria Luigia di Parma, il giovane Campolonghi può tuttavia continuare ad andare a scuola; e a Parma partecipa alle prime riunioni socialiste, presiedute da Camillo Prampolini. Espulso dal collegio e da altre due scuole per le sue idee politiche, Campolonghi è tra i primi organizzatori del movimento operaio in Lunigiana; e con l'amico e conterraneo Alceste De Ambris fonda un giornale socialista, «La Terra». Ma sopravviene la reazione del '98; e Campolonghi, per evitare l'arresto, è costretto a una avventurosa fuga in Francia. Il libro si chiude appunto con l'inizio del suo primo esilio. Dal secondo, tanto più lungo e doloroso, Campolon­ghi non doveva più tornare: rientrato in Italia dopo il 25 luglio del '43, mori infatti a Settimo Vittone, in VaI d'Aosta, il21 dicembre del '44, senza aver avuto la consolazione di rivedere la sua Pontremoli.

   
Notizie biografiche sull'autore  
 

Luigi Campolonghi nasce nell'agosto 1876 a Pontremoli, da una famiglia di commercianti e piccoli possidenti ormai avviata ad una rapida decadenza, immagine speculare di una cittadina dove a stento sopravvive l'eco di un recente quanto effimero benessere.
Collocata fra le montagne, ai piedi delle colline in cui degrada e si estingue l'Appennino, stretta tra due fiumi, essa è ancora la «città molto lunga» che apparve a Montaigne sul finire del secolo XVI anche se molti degli «antichi edifici non molto belli» annotati dallo scrittore francese si sono nel frattempo trasformati nei preziosi palazzi barocchi che consacra­rono fra Sei e Settecento la fresca nobiltà dei mercanti pontremolesi. Il racconto di Campolonghi coglie la città di Pontremoli alla vigilia della rottura di un equilibrio ormai logoro e stanco e tuttavia ancora operante per quanto riguarda le rigide divisioni sociali. La popolazione della città composta di possidenti e professionisti (i siuri) e di commercianti (i botigari), di artigiani (i artista) e di un popolo minuto (i povri) che formava la clientela e il garzonato degli altri gruppi, si contrappone nel suo complesso ai contadini (i vilan) , i rurales dei vecchi statuti, che comprendevano non tanto i lavoratori della terra quanto tutti gli abitanti del territorio extra urbano. Si tratta di una contrapposizione che sconfina nel disprezzo. Contro questo disprezzo si batte il gruppo socialista animato da Campolonghi, che alla «Terra» intitola infatti il proprio giornale; a difesa di quella popolazione rurale che costretta dalla povertà dei luoghi ad un retaggio millenario di fatiche e di miserie e sottomessa con il sopruso e la forza a secolari servaggi fondiari e feudali, da tempo ormai vedeva nell' emigrazione non più un diversivo temporaneo ma la sola concreta speranza di evasione.
Da questo mondo, fuggendo la repressione poliziesca, evade nel maggio 1898 anche Luigi Campolonghi, avviandosi incontro al destino di una vita intensa e movimentata; e avventurosa anche. Il primo soggiorno a Marsiglia fu breve ma intenso: costretto a compiere i mestieri più disparati, svolge azione di propaganda e di organizzazione fra i lavoratori italiani, fonda il foglio socialista l' «Emigrante», collabora all' «Avanti», al «Petit Provençal» e, come corrispondente, al «Secolo» di Milano e al «Caffaro» e al «Giornale» di Genova, ma soprattutto pone le basi per quel rapporto di amicizia con gli ambienti . democratici francesi che caratterizzerà gran parte della sua vita. Espulso dalla Francia passa a Barcellona per poi rientrare in Italia, prima a Savona, poi a Genova e a Firenze, dove nel più disteso clima giolittiano, Campolonghi si dedica quasi totalmente all' attività giornalistica: il «Lavoro» a Genova, poi il «Nuovo Giornale» e il «Popolo» a Firenze.
Nel 1910 riprende la collaborazione al «Secolo», prima da Barcellona dove segue il processo a Francisco Ferrer, poi, come corrispondente, stabilendosi definitivamente a Parigi, dove si inserisce con facilità sia nell' ambiente radical socialista, diventando amico dei massimi esponenti della III Repubblica, sia nei circoli dell' emigrazione italiana. Durante la guerra mondiale svolge cosi un'intensa attività per annodare intese fra l'interventismo democratico italiano e quello francese.
. Intanto era venuto pubblicando novelle e romanzi a sfondo sociale, come Vita d'esilio, La Zattera, La Nuova Israele, dedicato alle lotte dei braccianti parmensi; e poi ancora biografie di militanti rivoluzionari come Amilcare Cipriani e Francisco Ferrer, libri di memorie come Nella tormenta, il suo diario di inviato sul fronte belga nel 1914.
Nel 1923 quando il «Secolo» fu acquistato dai fascisti Ca polonghi si reca a Milano per dare le dimissioni da corrispondente. E in questa occasione che si ferma, e non dovrà tornarci mai più, a rivedere la sua Pontremoli; dopo di che fa ritorno in Francia ancora una volta, dopo tanti anni, da semplice fuoruscito. Da allora in poi la sua vita fu dedicata pressoché interamente alla battaglia antifascista, dapprima come animatore della Lega italiana dei diritti dell'uomo (LIDU) e poi all'interno della Concentrazione antifascista fondata nel 1927 proprio in casa sua, a Nérac, nel castello di Douazan, affittato con l'aiuto dell'ex proprietario del «Secolo», Luigi Della Torre, e trasformato in azienda agricola con l'aiuto di un gruppo di famiglie emigrate da Molinella.
Nelle complesse vicende del fuoruscitismo l'intensa attività di Campo­longhi fu tesa soprattutto a recuperare spazi di mediazione e a promuovere la più ampia unità d'azione fra tutte le forze antifasciste, comunisti compresi. Il periodo dei fronti popolari lo vede cosi fra i protagonisti più disponibili e più convinti e il Patto di Monaco rappresenta l'ennesima e forse più amara delusione.
Nel 1939 è tuttavia ancora impegnato nella costituzione di un Comitato nazionale italiano, cui aderiscono, oltre al partito socialista, quello repubblicano e il movimento di Giustizia e Libertà, al fine di organizzare una legione di combattenti contro il fascismo. Visto con sospetto dal
governo francese il progetto è destinato a fallire e rappresenta l'ultimo atto della battaglia di Campolonghi contro il fascismo, per la libertà e la democrazia.
Colpito infatti da una grave emiplegia nell'aprile del 1940, egli ripara sotto la spinta dell'invasione tedesca nel sud della Francia per poi fare ritorno in Italia. Il suo tentativo di rientrare a Pontremoli è destinato comunque a fallire. Campolonghi muore infatti a Settimo Vittone, in provincia di Torino, il 21 dicembre 1944.