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SULLE TRACCE DEI TOSCANI IN URUGUAY
   
   
Autore Carolina Dibueno
   
Progetto Comunità Montana della Lunigiana - Centro di Documentazione dell'Emigrazione Lunigianese
   
Anno 1999
   
Pagine 102
   
Fotografie Archivio Comunità Montana lunigiana, Idilio Antonioli, Kerstin Rommel, Matteo Tollini
   
Note
Quest' opera è stata realizzata con il contributo della Provincia di Massa Carrara e il patrocinio della Consulta Regionale dei Toscani all'Estero
   
   
Indice
   
Sulle tracce dei Toscani in Uruguay  
Gli immigrati italiani in Uruguay  
Toscana: la nostra regione d'origine  
Storie di vita  
Progetto "Io e l'Ambiente"  
Alcune considerazioni  
   
Contenuto  
   
Vivere, nel corso del secolo che sta per concludersi, in un qualunque paese dell' appennino lunigianese, come di quello lucchese, pistoiese o anche degli opposti versanti emiliano e ligure, ha significato misurarsi costantemente con l'esperienza migratoria. Se i più anziani hanno conosciuto i momenti, sempre laceranti, delle separazioni familiari, quando fratelli e congiunti se ne sono andati in altre terre dell 'Europa o di altri continenti per tentare la fortuna, le generazioni successive, quelle del secondo dopoguerra, sono cresciute con i tempi scanditi dai ritorni dei parenti o dei coetanei, che rientravano animando per un certo periodo, la vita delle famiglie e dei paesi per poi ripartire, lasciando nuovamente un senso di vuoto, in attesa del ritorno successivo. È stato quindi quasi naturale, per me come per altri, cercare di capire e di documentare un'esperienza che, per la sua particolarità e vicinanza, apparteneva al vissuto di ciascuno, ma nello stesso tempo non era ancora mai stata considerata degna di interesse da chi si era occupato della storia e delle vicende del nostro territorio. Eppure nelle nostre case, nella vita e nelle consuetudini dei nostri paesi, nelle chiese, ovunque, permangono larghe tracce dell'emigrazione. Un fenomeno tanto rilevante, se si conta che diverse centinaia sono coloro che sono partiti da ogni borgo, quanto poco conosciuto. È stato soprattutto attraverso le testimonianze raccolte dalla viva voce di quanti le avevano vissute da protagonisti, diretti o indiretti, sia che fossero emigrati come che invece fossero rimasti nei paesi, che abbiamo ripercorso le storie delle partenze, dei tanti allontanamenti, quasi tutti dettati dal desiderio di una vita migliore di quella che un'area povera di risorse come l'appennino poteva offrire ad una popolazione all' epoca troppo numerosa.
Le fotografie a lungo conservate, quegli "archivi familiari" che sono un tutt'uno con gli archivi della memoria, hanno fornito le immagini visive dell' esperienza dei Lunigianesi nel mondo; le lettere, seppure più rare, ci hanno consentito di cogliere meglio le relazioni tra chi era partito e i congiunti rimasti qui.
Abbiamo cosÌ, seppure in modo frammentario, ricostruito le storie di tante partenze, i percorsi che, da qui come da altre località, sono stati seguiti nel corso degli anni, a seconda delle opportunità di lavoro che i vari stati di volta in volta offrivano. Se diverse erano le mete, infatti, continui sono stati tuttavia gli allontanamenti. Nel raccogliere le testimonianze tuttavia ci si è spesso resi conto di come la nostra ricerca fosse parziale; l'emigrazione è storia di spostamenti e noi avevamo sempre comunque la possibilità di indagare soltanto una parte di questa vicenda, quella vista dall'ottica dei luoghi di partenza. Il materiale che ci veniva fornito, anche se proveniente da terre lontane, era pur sempre letto e riproposto da coloro che erano qui. Più di una volta si è constatato che mancava l'altra voce, la testimonianza di quanti erano lontani, perché, per comprendere il fenomeno, non può mancare l'espressione di chi è partito per sempre. Questa tuttavia è rimasta a lungo un'esigenza che non poteva trovare da qui una risposta.
Quando, ormai alcuni anni fa, ho incontrato Carolina Di Bueno, una giovane antropologa uruguayana che era ritornata alla ricerca delle radici, ho ascoltato con attenzione il suo racconto, che erano le riflessioni maturate attraverso la sua esperienza di discendente di Lunigianesi che conservavano appena la memoria delle lontane partenze. Mi è sembrato di aver finalmente trovato in lei e attraverso di lei, gli interlocutori che cercavamo per completare, in certo qual modo, un discorso che fino ad allora era stato piuttosto un monologo. Carolina, come altri della sua generazione, si è interrogata sul suo mondo, mettendolo in relazione con il nostro, ed è venuta qui per conoscere e per capire. Avrebbe potuto fermarsi in Italia, in certo qual modo in un viaggio di ritorno, a cento anni di distanza dalla partenza dei suoi più lontani congiunti, ma proprio perché il suo obbiettivo era forse piuttosto quello di capire che non di restare, è poi rientrata in Uruguay. Anzi, ogni tanto arriva e riparte, ripetutamente, come i mezzi di oggi consentono, e con questa sua esperienza ha riaperto anche a noi un percorso di comunicazione.
Risultato di questo suo interesse, che non è rimasto un'esperienza individuale, è l'aver favorito l'incontro di molti Toscani che, pur sentendone l'esigenza, non avevano più alcuna relazione con il nostro Paese; poi, attraverso il rapporto con le istituzioni italiane, ha consentito ad alcuni la realizzazione di un "sogno", come loro stessi scrivono, il ritorno cioè ai luoghi d'origine di lunigianesi che da oltre settant'anni erano partiti. In questo contesto dunque si colloca Sulle tracce dei Toscani in Uruguay, un contributo importante, il primo per quanto ci riguarda, per conoscere l'esperienza dell'emigrazione dall'ottica di un luogo di destinazione. È l'altra voce, quella che cercavamo per completare, almeno in parte, il nostro discorso. Il libro è ricco di sorprese e si scorre tutto d'un fiato. Accanto alle testimonianze sui viaggi, alle foto che documentano l'accoglienza, alle conferme sull'incertezza delle destinazioni cui apprendiamo suppliva una strada, il "Cammino dei Toscani", verso la quale si dirigeva chi era partito senza una meta precisa, accanto a questo troviamo le cifre di quella che si configura come un'epopea di un popolo e le informazioni sull' organizzazione che una comunità, desiderosa di nuove braccia, offriva a coloro che giungevano. Vi si legge l'orgoglio della appartenenza ad un paese, che pure si è stati costretti a lasciare, ma che costituisce un forte elemento di identificazione, appartenenza che può esprimersi nel ricordo di Garibaldi o nel dare un nome italiano ad una località e ad un quartiere, o attraverso i tanti giornali italiani che sono presenti in Uruguay tra Otto e Novecento. Ma si vi trova anche la gratitudine verso un altro paese, l'Uruguay, che ha consentito a molti di vivere una vita migliore. Apprendiamo così che il piatto più arcaico, più semplice e tipico della Lunigiana, i testaroli, continua ancora ad essere preparato a mille miglia da qui, non più come un tempo è vero, perché i testi fatti arrivare si sono rotti, ma se ne conserva la memoria, così come per decenni rimane incorniciata in una cucina la cartolina di un ponte a ricordare Pontremoli, un paese anch'esso della memoria. E sentiamo di padri che hanno raccontato per anni le montagne della loro terra a figli che, non avendo le viste, non riuscivano ad immaginarIe, o hanno decantato il sapore ineguagliabile del vino delle colline lunigianesi, in un paese che produce uva forse migliore della nostra. E si potrebbe continuare. Questo e molto altro apprendiamo dal libro di Carolina Dibueno, e capiamo così anche perché, lei come tanti altri delle giovani generazioni, si sentano uruguaiani e italiani, senza contraddizione, perché egualmente partecipi di mondi che già diversi, hanno trovato una sintesi nelle esperienze di quanti li hanno preceduti, per cui oggi essi sentono di appartenere ad entrambi. Testimonianza importante, questa, per ricostruire la storia di tanti uomini e donne e, al di là di questo, anche per capire che modi e mondi differenti non hanno impedito nel tempo di convivere e di integrarsi.