Vivere,
nel corso del secolo che sta per concludersi,
in un qualunque paese dell' appennino lunigianese,
come di quello lucchese, pistoiese o anche degli
opposti versanti emiliano e ligure, ha significato
misurarsi costantemente con l'esperienza migratoria.
Se i più anziani hanno conosciuto i momenti,
sempre laceranti, delle separazioni familiari,
quando fratelli e congiunti se ne sono andati
in altre terre dell 'Europa o di altri continenti
per tentare la fortuna, le generazioni successive,
quelle del secondo dopoguerra, sono cresciute
con i tempi scanditi dai ritorni dei parenti o
dei coetanei, che rientravano animando per
un certo periodo, la vita delle famiglie e dei
paesi per poi ripartire, lasciando nuovamente
un senso di vuoto, in attesa del ritorno successivo.
È stato quindi quasi naturale, per
me come per altri, cercare di capire e di documentare
un'esperienza che, per la sua particolarità
e vicinanza, apparteneva al vissuto di ciascuno,
ma nello stesso tempo non era ancora mai stata
considerata degna di interesse da chi si era occupato
della storia e delle vicende del nostro territorio.
Eppure nelle nostre case, nella vita e nelle consuetudini
dei nostri paesi, nelle chiese, ovunque, permangono
larghe tracce dell'emigrazione. Un fenomeno
tanto rilevante, se si conta che diverse centinaia
sono coloro che sono partiti da ogni borgo, quanto
poco conosciuto. È stato soprattutto
attraverso le testimonianze raccolte dalla
viva voce di quanti le avevano vissute da
protagonisti, diretti o indiretti, sia che fossero
emigrati come che invece fossero rimasti
nei paesi, che abbiamo ripercorso le storie delle
partenze, dei tanti allontanamenti, quasi tutti
dettati dal desiderio di una vita migliore di
quella che un'area povera di risorse come l'appennino
poteva offrire ad una popolazione all' epoca
troppo numerosa.
Le fotografie a lungo conservate, quegli "archivi
familiari" che sono un tutt'uno con gli archivi
della memoria, hanno fornito le immagini visive
dell' esperienza dei Lunigianesi nel mondo;
le lettere, seppure più rare, ci hanno
consentito di cogliere meglio le relazioni
tra chi era partito e i congiunti rimasti qui.
Abbiamo cosÌ, seppure in modo frammentario,
ricostruito le storie di tante partenze, i percorsi
che, da qui come da altre località, sono
stati seguiti nel corso degli anni, a seconda
delle opportunità di lavoro che i vari
stati di volta in volta offrivano. Se diverse
erano le mete, infatti, continui sono stati
tuttavia gli allontanamenti. Nel raccogliere
le testimonianze tuttavia ci si è spesso
resi conto di come la nostra ricerca fosse parziale;
l'emigrazione è storia di spostamenti
e noi avevamo sempre comunque la possibilità
di indagare soltanto una parte di questa vicenda,
quella vista dall'ottica dei luoghi di partenza.
Il materiale che ci veniva fornito, anche se proveniente
da terre lontane, era pur sempre letto e riproposto
da coloro che erano qui. Più di una volta
si è constatato che mancava l'altra
voce, la testimonianza di quanti erano lontani,
perché, per comprendere il fenomeno, non
può mancare l'espressione di chi è
partito per sempre. Questa tuttavia è rimasta
a lungo un'esigenza che non poteva trovare da
qui una risposta.
Quando, ormai alcuni anni fa, ho incontrato Carolina
Di Bueno, una giovane antropologa uruguayana che
era ritornata alla ricerca delle radici, ho ascoltato
con attenzione il suo racconto, che erano
le riflessioni maturate attraverso la sua
esperienza di discendente di Lunigianesi che conservavano
appena la memoria delle lontane partenze. Mi è
sembrato di aver finalmente trovato in lei e attraverso
di lei, gli interlocutori che cercavamo per completare,
in certo qual modo, un discorso che fino ad allora
era stato piuttosto un monologo. Carolina, come
altri della sua generazione, si è interrogata
sul suo mondo, mettendolo in relazione con il
nostro, ed è venuta qui per conoscere e
per capire. Avrebbe potuto fermarsi in Italia,
in certo qual modo in un viaggio di ritorno,
a cento anni di distanza dalla partenza dei suoi
più lontani congiunti, ma proprio
perché il suo obbiettivo era forse
piuttosto quello di capire che non di restare,
è poi rientrata in Uruguay. Anzi, ogni
tanto arriva e riparte, ripetutamente, come i
mezzi di oggi consentono, e con questa sua esperienza
ha riaperto anche a noi un percorso di comunicazione.
Risultato di questo suo interesse, che non è
rimasto un'esperienza individuale, è l'aver
favorito l'incontro di molti Toscani che, pur
sentendone l'esigenza, non avevano più
alcuna relazione con il nostro Paese; poi, attraverso
il rapporto con le istituzioni italiane, ha consentito
ad alcuni la realizzazione di un "sogno",
come loro stessi scrivono, il ritorno cioè
ai luoghi d'origine di lunigianesi che da
oltre settant'anni erano partiti. In questo
contesto dunque si colloca Sulle tracce dei
Toscani in Uruguay, un contributo importante,
il primo per quanto ci riguarda, per conoscere
l'esperienza dell'emigrazione dall'ottica di un
luogo di destinazione. È l'altra voce,
quella che cercavamo per completare, almeno
in parte, il nostro discorso. Il libro è
ricco di sorprese e si scorre tutto d'un fiato.
Accanto alle testimonianze sui viaggi, alle foto
che documentano l'accoglienza, alle conferme
sull'incertezza delle destinazioni cui apprendiamo
suppliva una strada, il "Cammino dei Toscani",
verso la quale si dirigeva chi era partito
senza una meta precisa, accanto a questo troviamo
le cifre di quella che si configura come un'epopea
di un popolo e le informazioni sull' organizzazione
che una comunità, desiderosa di nuove braccia,
offriva a coloro che giungevano. Vi si legge l'orgoglio
della appartenenza ad un paese, che pure si è
stati costretti a lasciare, ma che costituisce
un forte elemento di identificazione, appartenenza
che può esprimersi nel ricordo di Garibaldi
o nel dare un nome italiano ad una località
e ad un quartiere, o attraverso i tanti giornali
italiani che sono presenti in Uruguay tra Otto
e Novecento. Ma si vi trova anche la gratitudine
verso un altro paese, l'Uruguay, che ha consentito
a molti di vivere una vita migliore. Apprendiamo
così che il piatto più arcaico,
più semplice e tipico della Lunigiana,
i testaroli, continua ancora ad essere preparato
a mille miglia da qui, non più come un
tempo è vero, perché i testi fatti
arrivare si sono rotti, ma se ne conserva
la memoria, così come per decenni rimane
incorniciata in una cucina la cartolina di un
ponte a ricordare Pontremoli, un paese anch'esso
della memoria. E sentiamo di padri che hanno
raccontato per anni le montagne della loro terra
a figli che, non avendo le viste, non riuscivano
ad immaginarIe, o hanno decantato il sapore ineguagliabile
del vino delle colline lunigianesi, in un paese
che produce uva forse migliore della nostra. E
si potrebbe continuare. Questo e molto altro apprendiamo
dal libro di Carolina Dibueno, e capiamo così
anche perché, lei come tanti altri
delle giovani generazioni, si sentano uruguaiani
e italiani, senza contraddizione, perché
egualmente partecipi di mondi che già diversi,
hanno trovato una sintesi nelle esperienze
di quanti li hanno preceduti, per cui oggi essi
sentono di appartenere ad entrambi. Testimonianza
importante, questa, per ricostruire la storia
di tanti uomini e donne e, al di là di
questo, anche per capire che modi e mondi differenti
non hanno impedito nel tempo di convivere
e di integrarsi.
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