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più di vent'anni di distanza dalla pubblicazione
sulla pittura sei-settecentesca a Pontremoli,
è opportuno e interessante stendere un
bilancio della situazione, sia per quanto
riguarda le novità documentarie sia lo
stato delle opere.
Va detto innanzi tutto che gli studi, soprattutto
quelli sul Settecento, e sulla pittura in particolare,
si sono infittiti negli ultimi tempi e sono approdati
a puntualizzazioni preziose, mettendo a fuoco
specialmente l'opera dei cosiddetti maestri minori;
per alcune scuole, per esempio quella lombarda
di cui, come vedremo, esistono a Pontremoli begli
esemplari, si è addivenuti a una distinzione
tra le singole personalità che ha consentito
di separare le attribuzioni, un tempo convergenti
tutte sui capiscuola.
Per quanto concerne nello specifico Pontremoli,
le novità sono dovute in gran parte alle
ricerche degli studiosi già partecipi dell
'impresa di vent'anni fa e tenaci prosecutori
sia di indagini inventariali, sia di confronti
interpretativi. Si sono raggiunte precisazioni
soprattutto sull'opera di Francesco Natali
e dei suoi figli e seguaci, e anche di Alessandro
Gherardini: personalità che, come altre
numerose attive a Pontremoli, dimostrano sempre
più quanto la committenza locale tenesse
lo sguardo puntato verso varie scuole, quella
fiorentina in primis, ma subito dopo le scuole
settentrionali, dall' Emilia alla Lombardia al
Veneto; e ancora, verso celebri maestri meridionali,
per acquisti intermediati ma soprattutto
per commissione diretta. Pontremoli appare così
un esempio privilegiato del continuarsi di
quegli incroci culturali tipici della nostra tradizione,
dal Medioevo all'Ottocento.
Sul tema della committenza Luciano Bertocchi ha
di recente prod tto un nuovo denso saggio.
Arricchimenti sono stati compiuti nelle schede
biografiche del presente volume e nell'elenco
delle opere classificate per singoli artisti;
la bibliografia di tali voci è aggiornata
sulle recenti pubblicazioni: ad essa rimando anche
per quanto concerne il discorso di mia pertinenza,
cioè per quanto riguarda gli artisti su
cui mi ero soffermata nel saggio qui ripubblicato,
su alcuni dei quali sono usciti di recente nuovi
studi. Studi che, va detto, per quanto riguarda
questo libro, rimpolpano ma non modificano notizie
e giudizi espressi nel mio testo.
Novità bibliografiche si danno poi sulla
villa Dosi Delfini ai Chiosi, e in particolare
sui restauri che negli ultimi anni vi sono stati
condotti, sia all'interno dell'edificio sia nel
parco che lo circonda. A questo proposito sostanziali
sono i contributi di P.A. Dosi Delfini (I Chiosi:
una casa amata, in "Archivio storico per
le province parmensi", IV serie, voi. XLV,
1993, pp. 55-70), che ricostruisce la vicenda
delle modifiche intervenute nel tempo dentro la
dimora patrizia, le alterazioni ma anche le imprese
lasciate a mezzo; e spiega i criteri dei restauri
compiuti entro il 1993. Dall'Ottocento alla prima
metà del nostro secolo erano avvenuti
disastrosi crolli, compresi quelli dovuti ai bombardamenti
bellici, e i lavori attuali sono partiti dal secondo
ordine degli archi esterni, di cui hanno inteso
ristabilire la fisionomia progettuale continuandoli
anche là dove non erano mai stati eretti;
e dalla ricostruzione del soffitto centrale, crollato
senza che ne fosse rimasta una qualche precisa
documentazione. Le recenti riprese fotografiche
del soffitto, confrontate con quelle di vent'anni
fa, consentono di valutare la portata dei nuovi
interventi, che si ispirano a un principio di
coerenza d'immagine senza esasperazioni filologiche.
Sui restauri è pure uscito un dettagliato
saggio, con fotografie, dell'architetto Marco
Lombardi, che ne ha diretto l'esecuzione, in un
numero della rivista Polis dedicato a Pontremoli
(M. Lombardi, Villa Dosi Delfini, in "Polis",
II, n. 5, 1996, pp. 101-105). Si veda anche M.
Listri, Presenze del passato, in AD, luglio 1997,
p. 126 agg.
La villa ai Chiosi è, come si sa, uno dei
punti forti del discorso sugli interventi di pittori
sei/settecenteschi nella città, insieme
con il palazzo Dosi-Migliavacca. Gli affreschi,
sulle cui vicende ci si è già intrattenuti
nei saggi di vent'anni fa, sono oggetto di puntigliose
considerazioni nei nuovi studi qui contenuti,
anche e appunto per quanto concerne gli interventi
restaurativi. Ma la villa è pure sede di
una splendida quadreria, con opere affluite in
momenti diversi, sempre però nel contesto
della passione amatoriale che ha contraddistinto
Pontremoli dal XVII secolo e che la famiglia Dosi
ha capitanato.
Oltre alle opere di Carlo Dolci, Francesco Furini,
Panfilo Nuvolone, Bernardo Cavallino già
menzionate nel mio saggio, va ricordata la Natività
di Massimo Stanzione e la stupenda Morte
di Seneca di Luca Giordano: come si vede, testimonianze
dei rapporti con la grande scuola napoletana.
Proprio per quanto riguarda la scuola napoletana,
si è addivenuti a precisazioni attributive:
la pala d'altare con la Morte di san Giuseppe,
che veniva compresa tra le opere del Cavallino,
è più persuasivamente da considerarsi
eseguita da Andrea Vaccaro, maestro assai legato
al Cavallino e a questi spesso ispirato; senza
che si escluda, per altro, una reciprocità
di scambi. Infine, gli approfonditi studi sull'area
lombarda che sono stati condotti negli ultimi
vent'anni consentono di riferire con sicurezza
a Stefano Montalto (Treviglio, 1612 - Milano,
1690) il dolce e delicato dipinto con San Giuseppe
falegname, riferito sino ad ora a Francesco del
Cairo (per il Montalto, cfr L. Bandera Gregori,
I Montalto, catalogo della mostra, Treviglio,
1985).
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